Gaetano Donizetti: 1831

Solo dopo l’Anna Bolena Mayr concesse al suo ex allievo l’appellativo di Maestro, riconoscendogli il raggiungimento della piena maturità stilistica.

Tornato a Napoli, Donizetti scrisse l’opera comica Gianni di Parigi su libretto di Felice Romani, dedicandola al tenore compatriota Giovanni Battista Rubini affinchè la utilizzasse per una sua serata. Ma il cantante non ne fece nulla, nè si degnò di ringraziare il compositore.
L’opera fu rappresentata solo nel 1839 alla Scala e all’insaputa dello stesso musicista, che in quel periodo si trovava a Parigi.

– Francesca di Foix –

Per rispettare gli impegni con il Barbaja Donizetti doveva comporre per i teatri di Napoli due nuove opere:  una semiseria Francesca di Foix e una buffa con dialoghi parlati La romanziera e l’uomo nero.

– nuove aspettative –

Dopo il successo dell’Anna Bolena e l’apertura dell’ambiente milanese erano mutate le ambizioni del compositore che desiderava ardentemente concludere l’esperienza napoletana.
Donizetti meditava quindi di rompere il contratto con il Barbaja, per disporre di una maggiore libertà nella scelta del soggetto da musicare e della compagnia di canto.
Intanto nell’aprile del 1831 l’Anna Bolena fu rappresentata a Vienna con Giuseppina Strepponi, la futura signora Verdi, nella parte di Anna.
Il soprano, prima di essere moglie di Giuseppe Verdi, fu una delle più valide e applaudite interpreti del teatro donizettiano.

– la nuova opera –

In autunno, mentre a Napoli imperversava un’ epidemia di colera ed i teatri erano chiusi, il musicista e il librettista Gilardoni si cimentarono in un impegnativo lavoro drammatico, su un soggetto nuovo e piuttosto audace per la censura borbonica. La storia trasgessiva di Fausta era ambientata in epoca romana, come la Norma di Vincenzo Bellini, ma il libretto fu completato da Donizetti stesso, per l’improvvisa morte di Gilardoni.

L’opera fu rappresentata il 12 gennaio 1832.

Gaetano Donizetti: 1830

Il 13 febbraio da Napoli Donizetti scriveva con orgoglio al padre:
Scrissi per mia serata una Commedia ridotta in farsa, I pazzi per progetto, e riuscì brillantissima: sarà perchè son ben veduto, ma io qui tutto ciò che faccio, tutto va bene.
Il testo fornito da Domenico Gilardoni, ambientato in un manicomio e confezionato con esilaranti trovate comiche e grottesche, consentì al compositore di scegliere un originale accostamento di voci, due soprani e cinque bassi, che entusiasmò il pubblico partenopeo.
Inoltre l’incasso della rappresentazione era andato a beneficio del compositore, costituendo un altro motivo di soddisfazione personale.

– Il Diluvio Universale –

Con questa azione tragico-sacra in tre Atti Donizetti inaugurò la stagione di quaresima del 1830. La prima rappresentazione al San Carlo del Diluvio Universale si risolse in un completo insuccesso, dovuto alla disattenzione del soprano che interpretava la parte di Sela, il quale anticipando la sua entrata trasformò il concertato finale in una stridente accozzaglia di suoni.
Anche l’impiego di inefficienti macchinari per il galleggiamento dell’arca contribuì a far degenerare nel ridicolo tutta la messinscena.

– il capolavoro –

Dopo l’infelice esito di Imelda de’ Lambertazzi rappresentata al San Carlo il 23 agosto, che segnò la fine della collaborazione di Donizetti col librettista Tottola, il musicista ottenne l’incarico dagli impresari del Teatro Carcano di Milano di comporre la prima opera per la stagione di Carnevale cioè per il 26 dicembre.
Si  trattò di Anna Bolena, una tragedia lirica in tre Atti su testo di Felice Romani che fu accolta trionfalmente dal pubblico milanese e che assicurò a Donizetti la considerazione della critica e la fama europea.
Anche il cast della prima fu straordinario: Anna era interpretata da Giuditta Pasta, il famoso soprano drammatico d’agilità all’apice della sua carriera;
Riccardo era il dolcissimo tenore Giovanni Battista Rubini per il quale Donizetti scrisse una parte ricca e sviluppata;
mentre Enrico VIII era il famoso basso Filippo Galli, già interprete celebrato del repertorio rossiniano.
Successo, trionfo, delirio, – scriveva Gaetano alla moglie sull’esito della prima – pareva che il pubblico fosse impazzito, tutti dicono che non ricordano di aver assistito mai ad un trionfo siffatto. Io ero così felice che mi veniva da piangere….

Gaetano Donizetti: 1829

Donizetti accettò la proposta del Barbaja di ricoprire il prestigioso incarico di direttore della musica dei regi teatri di Napoli, posto che a suo tempo occupò anche Rossini.
Intanto compose due opera nuove:  Il Paria, un melodramma serio e Il giovedì grasso, una farsa in un Atto.
Il Paria non soddisfece a pieno le esigenze del musicista, che dopo solo sei repliche lo tolse dal cartellone del San Carlo.  Donizetti ne riutilizzò la musica in parte per l’Anna Bolena e per il Torquato Tasso.

– Il castello di Kenilworth –
Il castello di Kenilworth andò in scena il 6 luglio in serata di gala al San Carlo, alla presenza della famiglia reale, ma registrò un insuccesso.
A distanza di sei giorni, alla presenza dei sovrani del Piemonte, del principe Leopoldo e dei reali di Napoli ottenne invece applausi e un generale consenso.
Comunque l’opera che era su libretto di Tottola e si rifaceva lontanamente all’omonimo romanzo inglese di Walter Scott venne presto ritirata dalle scene.

– la perdita del primo figlio –

Il 1829 non fu un anno fortunato per la salute e gli affetti familiari: in primavera, mentre era impegnato alla stesura della nuova opera, Gaetano si ammalò gravemente. Alla fine di luglio, i coniugi Donizetti furono sconvolti da un doloroso avvenimento: la morte del primo figlio nato prematuro e rimasto in vita soltanto pochissimi giorni. Il musicista, che si trovava a Roma per assistere la moglie,   ottenne dal Barbaja un congedo fino al mese di ottobre.

– a Roma –

Nonstante il recente lutto il compositore non rimase inattivo, anzi nel lavoro trovò la forza di superare le avversità della vita.
Rimaneggiò e curò un nuovo allestimento di Alina regina di Golconda per il Teatro Valle e compose un terzetto e il coro finale della cantata Il genio dell’Armonia scritta in onore di papa Pio VIII e commissionata dall’Accademia Filarmonica di Roma, di cui il musicista era stato nominato socio.

Gaetano Donizetti: 1828

Il massimo successo della sua carriera di musicista ventinovenne Donizetti l’ottenne al San Carlo di Napoli con il melodramma eroico L’Esule di Roma o Il proscritto, rappresentato il giorno di Capodanno. Il compositore disponeva anche di un cast d’eccezione con Adelaide Tosi, Berardo Winter e il basso Luigi Lablache che interpretò a meraviglia la grande aria dell’allucinazione di Murena.
In segno di riconoscenza Donizetti dedicò a Lablache la cantata per voce e pianoforte sul testo dantesco del Conte Ugolino.

– il nuovo contratto –

La fama del compositore era ormai solida entro i confini napoletani. Gaetano riuscì quindi a strappare al Barbaja un nuovo contratto decisamente più favorevole: si impegnava a comporre due opere all’anno (non più quattro) e con un compenso di 500 ducati ciascuna (anzichè 200).

– a Genova –

Donizetti fu chiamato insieme a Rossini, Bellini e Morlacchi a comporre un’opera per l’inaugurazione del Teatro Carlo Felice di Genova, dedicato al sovrano piemontese. La scelta cadde su Alina regina di Golconda che il 12 maggio ottenne una  accoglienza molto calorosa.

– le nozze –

Dopo i successi genovesi, Gaetano potè tornare a Roma e sposare la dolce e gentile Virginia Vasselli. Il matrimonio venne celebrato in giugno e non furono presenti i familiari dello sposo.
I genitori del musicista non conobbero mai direttamente la giovane nuora.
Non fu un matrimonio lungo nè felice: durò circa dieci anni e fu segnato dalla morte dei due figlioletti e della stessa Virginia avvenuta nel 1837 a causa del morbo della sifilide che Donizetti aveva contratto.

– il trasferimento a Napoli –

La sosta romana durò pochi giorni e i coniugi Donizetti partirono alla volta di Napoli dove alloggiarono in un appartamento vicino al San Carlo.
Il compositore riprese il lavoro e sul testo di Gilardoni realizzò il melodramma semiserio Gianni di Calais.
Per Donizetti fu un altro successo, lodato anche dal corrispondente napoletano della Gazzetta musicale di Milano.
Alcune arie dell’opera per canto e pianoforte furono pubblicate nel 1830 dall’editore Giovanni Ricordi.

Gaetano Donizetti: 1827

Frutto del nuovo incontro col librettista romano Jacopo Ferretti fu l’opera buffa in due Atti Olivo e Pasquale che il 7 gennaio entusiasmò il pubblico del Teatro Valle di Roma. La storia era tratta dall’omonima commedia di Antonio Smeone Sografi realizzata a Venezia nel 1794.

– il fidanzamento ufficiale –

Il 25 marzo Donizetti annunciava al padre il suo fidanzamento con Virginia Vasselli, e lo rassicurava magnificando le virtù morali della ragazza e prospettando un agiato futuro economico cui avrebbe contribuito anche la sua consistente dote.

– il contratto col Barbaja –

Il pressante bisogno di accasarsi spinse Gaetano a stipulare un contratto capestro con l’impresario Barbaja che lo impegnava a comporre dodici opere in tre anni in cambio di 200 ducati ciascuna; inoltre per 50 scudi al mese accettò anche di dirigere l’orchestra del Teatro Nuovo di Napoli.

– la nuova opera napoletana –

Il primo lavoro scritto per la gestione Barbaja ottenne grande successo e fu il melodramma romantico Otto mesi in due ore che andò in scena il 13 maggio 1827 al Teatro Nuovo. Segnò anche la prima collaborazione del compositore col librettista Domenico Gilardoni.
Di quest’opera Donizetti curò anche l’allestimento scenico preoccupandosi delle decorazioni, delle luci, dei costumi, dimostrando di essere uomo di teatro completo, con una visione totale della rappresentazione, che si ritroverà più avanti in Verdi.

– un lavoro di routine –

Il borgomastro di Saardam opera buffa in due Atti ambientata in Russia, fu allestita al Teatro del Fondo il 19 agosto incontrando il favore del pubblico napoletano.
Il libretto fornito dal Gilardoni non presentava alcuna novità e altrettanto ovvia e manierata risultò la scrittura musicale. Il successo fu assicurato grazie alla compagnia di canto, dominata da tre grandi protagonisti: il soprano Carolina Ungher, il tenore Berardo Winter e il basso Raffaele Casaccia.

– Donizetti librettista –

Sempre pressato dalla necessità di denaro, sia per le richieste del padre (da anni Gaetano provvedeva anche al mantenimento dei familiari), sia per esigenze proprie, approntò una farsa in un Atto intitolata Le convenienze teatrali, rielaborando personalmente il testo di due lavori di Sografi. Il 21 novembre al Teatro Nuovo il successo fu clamoroso e  quando l’opera venne ripresa nel 1831 per essere rappresentata a Milano fu trasformata in dramma giocoso in due Atti col titolo definitivo di Le convenienze e inconvenienze teatrali.

Gaetano Donizetti: 1825-1826

Nel 1825 il musicista bergamasco aveva accettato un contratto annuale come maestro di cappella, direttore della musica e compositore delle opere al Teatro Carolino di Palermo, per soli 45 ducati al mese (la primadonna ne riceveva 517).
Donizetti fu costretto a tale scelta da due  eventi imprevisti: la proclamazione romana dell’Anno Santo con la conseguente chiusura dei teatri per dodici mesi e la morte del re di Napoli Ferdinando I.

Nonostante le difficoltà del nuovo ambiente, le incomprensioni con la compagnia di canto, l’orchestra e l’impresario, Donizetti riuscì a dirigere la stagione palermitana.
Per il Teatro Carolino compose l’opera seria in due Atti Alahor in Granata che andò in scena il 7 gennaio 1826 con discreto successo.

– il ritorno a Napoli –

Il 14 febbraio 1826 lasciò Palermo un mese prima della scadenza del suo contratto. A Napoli si stava occupando della ripresa  dell’Ajo nell’imbarazzo, col titolo di Don Gregorio. Ai recitativi furono sostituiti i dialoghi parlati e la parte del buffo Don Gregorio fu tradotta in dialetto napoletano. Il successo fu travolgente e l’opera ebbe 235 rappresentazioni nella sola città partenopea.

– l’Elvida –

Il 6 luglio 1826 per la festa del compleanno della regina madre Maria Carolina il San Carlo risuonò delle note della nuova opera donizettiana, Elvida su libretto di Giovanni Schmidt.
L’Elvida non è gran cosa per la verità – scriveva il compositore al maestro Mayr -, ma se li colgo con la cavatina di Rubini e col quartetto, mi basta. Già in sere di gala vi si bada poco.
Così fu e il pubblico, compresa la famiglia reale, si deliziò dei virtuosismi canori del soprano Enrichetta Méric-Lalande, del tenore Giovanni Battista Rubini e del basso Luigi Lablanche.

– Gabriella di Vergy –

Nel giugno del 1826 Donizetti comunicò a Mayr di scrivere un’opera per suo diporto.  La Gabriella di Vergy infatti non vide le scene prima del 1869, quando fu rappresentata postuma al San Carlo di Napoli. Composta per suo gusto personale e senza la prospettiva di alcun contratto, l’opera sembra essere quasi un esercizio di drammaturgia musicale. In Gabriella di Vergy si delinea una delle caratteristiche salienti di tutto il teatro donizettiano: la centralità del personaggio femminile. Gabriella è la prima di una galleria di eroine infelici, oltraggiate, accusate di tradimento e votate al dolore, alle quali la morte è già stata preannunciata ancor prima di entrare in scena.

Gaetano Donizetti: 1824

Superato il momento di crisi dovuto agli infelici esiti dell’anno precedente, il 4 febbraio veniva rappresentata a Roma al Teatro Valle l’opera buffa L’ajo nell’imbarazzo su libretto di Jacopo Ferretti, riscuotendo un clamoroso successo.
L’amicizia e la collaborazione tra Donizetti e il librettista romano, uomo di vasta cultura, rappresentò una tappa fondamentale nell’evoluzione dello stile del linguaggio operistico utilizzato dal compositore.
Con L’ajo nell’imbarazzo comincia quel processo, che si concluderà poi con Don Pasquale, attraverso il quale l’opera buffa si trasforma sempre più in commedia borghese. L’attenzione di librettista e compositore si concentra sull’approfondimento psicologico dei personaggi, sulla definizione dell’ambiente e sulle vicende sentimentali dei protagonisti.
Tutta l’opera, testo e musica, è pervasa da una comicità spassosa e costituisce nel contempo una  satira pungente della bigotta società della Roma papalina.
L’ajo nell’imbarazzo o Don Gregorio contribuì anche a far conoscere il nome di Donizetti negli altri stati italiani e all’estero raggiungendo trionfalmente i più importanti teatri.

– il colpo di fulmine –

Durante questo soggiorno segnato dal successo, il compositore fu introdotto dal Ferretti nell’esclusiva società dei salotti romani. Si innamorò della figlia di un famoso giurista, la giovanissima Virginia Vasselli, che sposerà quattro anni dopo.

– Emilia di Liverpool –

Donizetti non si concesse nessuna pausa. A Napoli fu subito scritturato per un’opera semiseria da rappresentarsi al Teatro Nuovo. La scelta del soggetto cadde su l’Emilia di Liverpool, conosciuta anche come L’eremitaggio di Liverpool, che andò in scena il 28 luglio.
Il libretto è anonimo, ma suscitò l’interesse del compositore per la presenza di alcuni elementi romantici: dall’eroina infelice, alla scena di pazzia, dalla tempesta, all’ambientazione nella tomba sotterranea. Sono argomenti che troveranno largo spazio nelle successive sue opere serie e in quelle e di altri musicisti a lui coevi.

Gaetano Donizetti: 1823

Il soggiorno napoletano impose al compositore un ritmo massacrante: dopo la Cantata per l’onomastico del re, il 2 luglio Donizetti debuttò al San Carlo con l’opera Alfredo il Grande su libretto del Tottola. Il testo derivava dal libretto che Bartolomeo Merelli aveva realizzato qualche anno prima per il melodramma serio in due Atti Alfredo il Grande, re degli Anglosassoni di Johann Simon Mayr, rappresentato a Bergamo nel 1820. L’opera di Donizetti non incontrò il gusto napoletano e l’esito fu assai deludente. Non andò meglio neppure l’opera buffa Il fortunato inganno allestita il 3 settembre al Teatro Nuovo. Il compositore attraversava un momento di crisi, dovuto forse ai pressanti ritmi di lavoro, alle difficoltà economiche che non gli consentivano di rifiutare i libretti mediocri per non lasciar cadere nessuna proposta di contratto.
Il 4 giugno, un mese prima dell’opera per il San Carlo Donizetti scriveva al suo maestro Mayr:
Parlo sincero (sarà ciò che sarà ) ma io non so far di più .

– a Roma –

Lo attendevano due impegni: il rifacimento parziale della Zoraida in Granata e un’opera buffa per il Teatro Valle. In aprile Donizetti scriveva al librettista Jacopo Ferretti:
Parliamo adunque della povera Zoraide che si andrà a scorticare: Ferretti! Per carità lasciane più che puoi  del second’atto, di più non ti dico.

Ma quando ricevette il libretto, Donizzetti non fu per niente soddisfatto per il troppo lavoro che le numerose modifiche comportavano e il poco tempo che aveva a disposizione.
Inoltre la morte di papa Pio VII avvenuta in agosto causò una certa preoccupazione al compositore perchè i teatri romani restavano chiusi durante il periodo del conclave. Dopo il 5 di ottobre, con l’elezione del nuovo pontefice Leone XII, ripresero i contatti tra l’impresario Paterni e il musicista, che potè finalmente recarsi a Roma per completare la nuova Zoraida.
L’opera andò in scena il 7 gennaio 1824 con esito decisamente inferiore alle aspettative.
Sul giornale romano Le notizie del giorno il caustico abate Celli, soprannominato dal poeta Gioacchino Belli “sor Urtica”, che aveva presentato due anni prima il compositore bergamasco come “una nuova lietissima speranza pel teatro musicale italiano” scrisse della Zoraida che:
Senza aver naufragato, veleggia men franca….

Gaetano Donizetti: 1822

Zoraida in Granata venne rappresentata il 28 gennaio e, nonostante i precedenti tragici, ebbe un immenso successo da un lato per la bravura dei cantanti, dall’altro perché all’Apollo era crollata l’opera avversaria di Vincenzo Pucitta: La festa del villaggio. Le melodie piacquero e vennero recensite con entusiasmo sui giornali. Una fiaccolata e una banda militare accompagnarono Donizetti, all’uscita dal teatro, a cena in una trattoria di Monte Citorio. Questo soggiorno romano, coronato dal successo della Zoraida, fu indispensabile per la carriera del compositore e segnò la tappa fondamentale del cammino artistico e umano.

– il soggiorno romano –

A Roma Donizetti aveva incontrato la futura moglie Virginia Vasselli nella casa del futuro suocero Luigi Vasselli, ricco magistrato.
E compose la Cantata per l’onomastico dell’eccellente madre (Anna), anche per l’altra famiglia Carnevali, che frequentava assiduamente e che gli era stata presentata da Saverio Mercadante.

– Napoli –

Il successo di Roma destò l’interesse anche nelle altre città . Ne profittò Mayr per raccomandare il suo allievo all’impresario Domenico Barbaja, che impegnò Donizetti a scrivere opere per Napoli e a dirigere lavori altrui nella capitale borbonica. Con la partenza di Rossini e della Colbran, le scene napoletane chiedevano un nuovo talento, per colmare il vuoto. Donizetti sembrava fatto apposta, nonostante il difficile umore del pubblico napoletano, difficile da soddisfare e diffidente verso gli stranieri. Napoli era capitale anche musicale e nei Teatri si eseguivano centinaia d’opere ogni anno. L’attività frenetica, le bellezze naturali e la vivacità culturale rendevano la città viva e seducente. Donizetti arrivò a Napoli per incontrare Rossini e aiutarlo nell’allestimento dell’Atalia, oratorio di Mayr, con l’incarico di favorirne e seguirne l’esecuzione al Teatro San Carlo. I commenti a freddo, inviati a Mayr, denunciano la delusione per i cantanti mediocri e per il direttore Rossini, che alle prove d’orchestra stava là chiacchierando con le prime donne invece di dirigere. Donizetti preferiva Roma a Napoli, almeno agli inizi, ma si dovette adattare all’ambiente, che era trampolino di lancio europeo per librettisti e musicisti.

– La Zingara –

Cominciò quindi a lavorare per l’opera La Zingara, che venne rappresentata il 12 maggio 1822 al Teatro Nuovo. Al libretto del Tottola e alla musica donizettiana fu riconosciuto subito un successo senza riserve. Il soggetto semiserio e l’aspetto eroico sentimentale calavano il lavoro in atmosfera francesizzante, anche per la presenza dei dialoghi parlati tra i pezzi musicali, come nella Opéra comique. Anche la compagnia di canto era di buon livello e i giornali non mancarono di segnalare tutti questi pregi. Donizetti stesso ne parla in una lettera ad Anna Carnevali, del 14 maggio 1822:

Chi contribuì molto al felice esito furono i Signori Moncada e Fioravanti, e l’accerto che essi cantarono i loro pezzi divinamente, benché il primo nella sua Aria ne fosse poco persuaso (e che poi vide essersi ingannato) ed il secondo sostenendo una faticosissima scena

La terza replica, a testimonianza d’un successone, fu seguita anche dal re Ferdinando I, che raramente partecipava a spettacoli al Teatro Nuovo, preferendo i drammi seri del San Carlo. L’opera, con tale battesimo, venne replicata per più di cinquanta sere! Profittando del trionfo, Donizetti mise in musica un altro lavoro, questa volta comico. La lettera anonima era certamente ben accetta dalla censura, poiché il librettista è lo stesso censore Giulio Genoino. Lo spettacolo venne fissato al Teatro del Fondo per il 29 giugno 1822, ma non sortì l’effetto desiderato, per colpa, a detta del compositore, della cantante Teresa Cecconi.

Strano che queste prime donne, come senza conoscermi giurano guerra alla mia produzione, questa sopraddetta venne ella stessa a pregarmi di voler cantare e poi la briccona fu quella che non cantò.

Apprezzata soprattutto la musica, più dell’interpretazione. I pezzi concertati meritarono la segnalazione della stampa. Perfezionati su solide basi mayriane, essi rappresentavano una svolta della musica operistica.

Gaetano Donizetti: 1821

Una nuova opera per il Teatro Argentina di Roma, tenuto dall’impresario Giovanni Paterni, attendeva ansiosamente Gaetano Donizetti. La commissione gli venne forse da Mayr, il quale, troppo avanti negli anni, aveva declinato l’offerta del Paterni in favore dell’allievo prediletto. Donizetti prese subito contatto con Merelli, che era il librettista, per questa nuova Zoraida in Granata, eseguita come seconda opera della stagione. Il genere era serio, il finale lieto, come esigeva la censura romana, timorosa di qualsiasi spargimento di sangue, anche sul palcoscenico. Il dramma di Florian, da cui era tratto il libretto, concludeva invece tragicamente. La composizione cominciò a metà agosto e occupò tutto il mese di settembre. Il primo ottobre Donizetti si trasferì a Roma, per contattare i cantanti e sistemare il lavoro. Mayr gli consegnò una lettera di raccomandazione per Jacopo Ferretti, che aveva scritto il libretto della Cenerentola di Rossini, nella quale esaltava la feconda fantasia di Donizetti, la ricca sorgente nell’invenzione e la facilità d’estendere le idee. Jacopo Ferretti, agli occhi del bavarese, avrebbe meglio di altri curato l’interesse di Donizetti a Roma, che non contava i Teatri di Napoli, di Venezia e di Milano, ma era pur sempre centro culturale di prestigio. La capricciosa e il soldato era l’opera d’inaugurazione del 26 dicembre all’Apollo, mentre l’Argentina cominciò con Cesare in Egitto di Giovanni Pacini. Entrambe erano su libretto del Ferretti. L’opera del Pacini fu interrotta da tragico avvenimento, perché il tenore secondo, Amerigo Sbigoli, dovendo eseguire un passaggio acuto, imitò il tenore Domenico Donzelli forzando la voce, e così gli si spezzò una vena, causandogli la morte. Egli lasciò moglie incinta e quattro figli.

Il quintetto dell’Atto secondo fu causa (con mio gran dolore il dico) della morte del tenore Sbigoli: imperocchè , avendo egli una frase simile a quella che prima era proposta dal Donzelli, per volere egli ottenere gli stessi applausi dal pubblico che il Donzelli riscuoteva, sforzava siffattamente la voce, che gli produsse un getto di sangue, per la qual cosa dopo poco tempo lasciò una moglie ed un figlio in mezzo alla desolazione. (dal capitolo III de Le Mie Memorie Artistiche di Giovanni Pacini)

Il Donizetti con la Zoraide di Granata ebbe pure splendidissimo successo dopo la precitata mia opera, e nacquero in questa circostanza due partiti, uno Paciniano e l’altro Donizettiano; ma noi però ci stendemmo la mano, e da quell’epoca in poi da buoni colleghi ci siamo sempre l’un l’altro stimati ed amati. (dal capitolo III de Le Mie Memorie Artistiche di Giovanni Pacini)

Donizetti fu più di me disgraziato in principio di sua carriera: poichè , quantunque la precitata opera Zoraide di Granata e l’Esule di Roma avessero favorevole accoglienza, come egualmente gli Esiliati in Siberia  (Otto mesi in due ore) ed una quantità di altri suoi lavori, pure la sua splendida carriera non ebbe origine che con l’Anna Bolena, composta ed eseguita a Milano al teatro Carcano il carnevale 1830 al 31 per la Pasta, Rubini e Tamburini, ove pure Bellini diede alla luce la divina Sonnambula. Questi due insigni compositori, che in tanta celebrità giustamente salirono, avevano una natura ben diversa l’uno dall’altro. Il primo (Donizetti) era feracissimo d’ingegno e versatile in ogni genere di composizione. Il secondo (Bellini) possedeva un’anima eminentemente sensibile. Talchè , se Rossini vien chiamato a giusto titolo il Dante della musica, Donizetti (ben dice l’avvocato Cicconetti) deve essere ritenuto per l’Ariosto nella divina arte dei suoni, ed il Bellini, a mio credere, qual Tasso. (dal capitolo IV de Le Mie Memorie Artistiche di Giovanni Pacini).