Gaetano Donizetti: 1821

Una nuova opera per il Teatro Argentina di Roma, tenuto dall’impresario Giovanni Paterni, attendeva ansiosamente Gaetano Donizetti. La commissione gli venne forse da Mayr, il quale, troppo avanti negli anni, aveva declinato l’offerta del Paterni in favore dell’allievo prediletto. Donizetti prese subito contatto con Merelli, che era il librettista, per questa nuova Zoraida in Granata, eseguita come seconda opera della stagione. Il genere era serio, il finale lieto, come esigeva la censura romana, timorosa di qualsiasi spargimento di sangue, anche sul palcoscenico. Il dramma di Florian, da cui era tratto il libretto, concludeva invece tragicamente. La composizione cominciò a metà agosto e occupò tutto il mese di settembre. Il primo ottobre Donizetti si trasferì a Roma, per contattare i cantanti e sistemare il lavoro. Mayr gli consegnò una lettera di raccomandazione per Jacopo Ferretti, che aveva scritto il libretto della Cenerentola di Rossini, nella quale esaltava la feconda fantasia di Donizetti, la ricca sorgente nell’invenzione e la facilità d’estendere le idee. Jacopo Ferretti, agli occhi del bavarese, avrebbe meglio di altri curato l’interesse di Donizetti a Roma, che non contava i Teatri di Napoli, di Venezia e di Milano, ma era pur sempre centro culturale di prestigio. La capricciosa e il soldato era l’opera d’inaugurazione del 26 dicembre all’Apollo, mentre l’Argentina cominciò con Cesare in Egitto di Giovanni Pacini. Entrambe erano su libretto del Ferretti. L’opera del Pacini fu interrotta da tragico avvenimento, perché il tenore secondo, Amerigo Sbigoli, dovendo eseguire un passaggio acuto, imitò il tenore Domenico Donzelli forzando la voce, e così gli si spezzò una vena, causandogli la morte. Egli lasciò moglie incinta e quattro figli.

Il quintetto dell’Atto secondo fu causa (con mio gran dolore il dico) della morte del tenore Sbigoli: imperocchè , avendo egli una frase simile a quella che prima era proposta dal Donzelli, per volere egli ottenere gli stessi applausi dal pubblico che il Donzelli riscuoteva, sforzava siffattamente la voce, che gli produsse un getto di sangue, per la qual cosa dopo poco tempo lasciò una moglie ed un figlio in mezzo alla desolazione. (dal capitolo III de Le Mie Memorie Artistiche di Giovanni Pacini)

Il Donizetti con la Zoraide di Granata ebbe pure splendidissimo successo dopo la precitata mia opera, e nacquero in questa circostanza due partiti, uno Paciniano e l’altro Donizettiano; ma noi però ci stendemmo la mano, e da quell’epoca in poi da buoni colleghi ci siamo sempre l’un l’altro stimati ed amati. (dal capitolo III de Le Mie Memorie Artistiche di Giovanni Pacini)

Donizetti fu più di me disgraziato in principio di sua carriera: poichè , quantunque la precitata opera Zoraide di Granata e l’Esule di Roma avessero favorevole accoglienza, come egualmente gli Esiliati in Siberia  (Otto mesi in due ore) ed una quantità di altri suoi lavori, pure la sua splendida carriera non ebbe origine che con l’Anna Bolena, composta ed eseguita a Milano al teatro Carcano il carnevale 1830 al 31 per la Pasta, Rubini e Tamburini, ove pure Bellini diede alla luce la divina Sonnambula. Questi due insigni compositori, che in tanta celebrità giustamente salirono, avevano una natura ben diversa l’uno dall’altro. Il primo (Donizetti) era feracissimo d’ingegno e versatile in ogni genere di composizione. Il secondo (Bellini) possedeva un’anima eminentemente sensibile. Talchè , se Rossini vien chiamato a giusto titolo il Dante della musica, Donizetti (ben dice l’avvocato Cicconetti) deve essere ritenuto per l’Ariosto nella divina arte dei suoni, ed il Bellini, a mio credere, qual Tasso. (dal capitolo IV de Le Mie Memorie Artistiche di Giovanni Pacini).

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