Giovanni Paisiello

Giovanni Paisiello è nato a  Taranto il 9 maggio 1740 ed è morto a Napoli il 5 giugno 1816. Compositore italiano; fu uno dei massimi protagonisti della musica del Settecento.

Quest’anno ricorre il bicentenario dalla morte. ItalianOpera lo celebra in queste pagine, a cominciare da qui.
Luca Bianchini, membro del comitato scientifico per le celebrazioni di Giovanni Paisiell, racconta qualcosa della sua vita, commenta alcuni dei suoi lavori, riassume i libretti allegandoli agli articoli, insieme a qualche partitura e ai frontespizi delle opere.

Paisiello è considerato una delle maggiori glorie della musica. Egli nacque a Taranto il 9 maggio 1741. Il padre faceva il veterinario e aveva destinato il figlio agli studi legali. Giovanni fu mandato a studiare al Collegio dei Gesuiti. Guarducci, Maestro di cappella della chiesa dei Cappuccini, rimasto colpito dalla voce di Paisiello e dalle capacità musicali, gli diede da cantare a memoria alcune parti solistiche. Molto soddisfatto dei risultati, consigliò i genitori di mandarlo a Napoli a studiare musica. Il padre, rinunciando a farne un avvocato, accettò la proposta, e così Paisiello poté iniziare l’esperienza di collegiale a Napoli frequentando il Conservatorio di Sant’Onofrio. Quell’istituzione a quel tempo era diretta da Francesco Durante, celebrato compositore, che non tardò ad accorgersi delle doti dell’allievo, che dopo cinque anni di pratica divenne primo “ripetitore”, con il compito d’insegnare musica ai compagni. Negli anni successivi egli compose Messe, Salmi, Mottetti, Oratori, e già nel 1763 un intermezzo che fu eseguito dai suoi colleghi nel piccolo teatro del Conservatorio di Sant’Onofrio. Il successo del lavoro gli valse commissioni di nuove Opere per il teatro di Bologna. Al teatro Marsigli furono eseguite nel 1763 la Pupilla e il Mondo alla rovescia, oltre ai Francesi brillanti, stando alla biografia di Folchino Schizzi.
Schizzi (1833, 28)

Folchino Schizzi, Della vita e degli studi di Giovanni Paisiello, ragionamento del conte Folchino Schizzi, Gaspare Truffi, Milano, 1833
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(Luca Bianchini)

(segue)

Muzio Clementi

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Prima di seguire le tappe biografiche, vediamo qui di seguito l’importanza di Clementi e gli influssi che ebbe la sua musica sui contemporanei. Il compositore fu in rapporto con tutti i più famosi musicisti. Quando Haydn cominciava ad aver successo in Inghilterra, Clementi era uno dei maggiori sinfonisti. Con Beethoven ci furono contatti editoriali. Anche dopo che lo conobbe continuò a comporre Sinfonie. Se non ebbero lo stesso successo postumo, non fu dovuto a ragioni musicali. I gusti dei borghesi che scimmiottavano i nobili erano regolati da pochi personaggi. Le figure dei geni erano costruite a tavolino. Una percentuale esigua di nobili controllava il mercato musicale (una ventina di persone ad esempio in tutta Vienna) e metteva a disposizione dei propri campioni orchestre e fondi. Clementi non subì che influenze piuttosto esigue da Beethoven, il quale cominciò ad essere famoso quando Clementi era arcinoto e aveva già superato la mezza età.

“Non esiste alcuna prova che egli dovesse qualcosa a Beethoven nella sua ultima musica per pianoforte”.
(Plantinga, 1977, 305)

Le Sonate più avanzate e le Sinfonie erano già in lavorazione quando Beethoven cominciò a calcare la scena viennese, e a quel tempo lo stile di Clementi era già inconfondibilmente formato.
Non è tanto importante la questione dell’influenza dei compositori viennesi sulla musica di Clementi, quanto il contrario. Mozart, dopo averlo insultato (definendolo “ciarlattano come tutti gli italiani”), oltre a plagiarne la musica (ad esempio la Sonata Op.24 n.2), ne imitò le ottave spezzate nei Concerti K.466, K.488 ecc.
Clementi era la più grande celebrità pianistica di quel tempo.

“I Movimenti lenti del Trio con pianoforte in mib maggiore di Mozart K.502 (1786) adoperano i medesimi materiali della Sonata op.9 n.1 di Clementi (1783)”.
PLANTINGA (1977, 306)

K.502

Larghetto (incipit) K.502

op.9 n.1

Clementi - Adagio cantabile della Sonata Op.9 n.1

Il Motivo iniziale del primo Movimento del K.502 si ritrova nel medesimo Adagio della Sonata Op.9 n.1 di Clementi (il movimento per terze in fondo primo rigo qui sotto con il cromatismo mib-mi♮, poi le seste del rigo successivo). Mozart non ha dovuto neppure modulare, perché la sezione è già in sib maggiore.

K.502

Larghetto (incipit) K.502

op.9 n.1

Clementi - Adagio cantabile della Sonata Op.9 n.1

Non è solo Mozart a dover molto a Clementi. John Shedlock pubblicò un libro sulle Sonate nel 1895, definendo Clementi precursore di Beethoven. Poiché Clementi visse nella medesima epoca del bonnense è semmai da considerare Beethoven un eccellente imitatore. Non c’è ragione di chiamare un’età che è di Clementi, e di altri musicisti, cechi, slavi, francesi ecc., “l’età di Beethoven” (titolo infelice di un libro di storia della musica della Feltrinelli). Così facendo si stravolge il senso degli influssi.
Il volume sulla Sonata di Shedlock ha il merito d’essersi occupato di Clementi evidenziando le somiglianze stilistiche tra Clementi e Beethoven, “in un periodo in cui era di moda dichiarare che solo Haydn e Mozart avevano avuto qualcosa da insegnare a Beethoven”. PLANTINGA (1977, 307).

Shedlock, The Pianoforte Sonata, 1843-1919 pdf-icon 
(documento pdf, 6 Mb)

Tenendo conto che il contributo di Andrea Luchesi, come insegnante di Beethoven è stato sminuito per interessi politici (essendo italiano), e che ad esempio le Sinfonie di Anton Eberl (1765-1807) erano a volte preferite a quelle di Beethoven (quella in mi bemolle fu eseguita insieme all’Eroica di Beethoven il 7 aprile 1805 e piacque meritatamente di più), o che le Sonate di Václav Jan Dusík (1760-1812) erano più all’avanguardia delle sue (altrettanto belle, o forse di più), anche il fatto dell’oblio di Clementi rientra nella sciagurata moda musicologica d’inventarsi dei miti per ragioni un tempo soprattutto nazionalistiche, oggi più che altro commerciali.

(Luca Bianchini)

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Muzio Clementi

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Dei primi anni della vita di Clementi non si sa con esattezza. A inizio del secolo scorso non si conosceva neppure l’anno di nascita. Carlo Gervasoni nella Nuova Teoria di Musica del 1812, ancor vivo l’autore, lo fa nascere nel 1746.

Carlo Gervasoni, Nuova Teoria di Musica, Parma 1812, pp.119-120 pdf-icon 
(documento pdf, 151 K)

Negli archivi vaticani finalmente s’è trovato l’atto di battesimo. Clementi nacque il 23 gennaio 1752, il maggiore di sette figli dell’argentiere Niccolò Clementi (1720-1789) e della sua seconda moglie Magdalena. Tra le prime pubblicazioni a segnalare l’anno giusto è la Nuova Enciclopedia Popolare del 1843 (Clementi è morto da più di dieci anni).

Nuova Enciclopedia Popolare, Torino 1843, pp.1069-1070 pdf-icon 
(documento pdf, 151 K)

Dei fratelli sopravvissero all’infanzia solo quattro: Catarina (1749-?), figlia della prima moglie, Gaetano (1757-1806), che fu anch’egli musicista, Maria Luigia (1759-?), Regina (1764-?).

Clementi cominciò molto presto i suoi studi. Il padre, vedendolo molto dotato, scelse per lui i migliori insegnanti. Antonio Boroni, allievo di padre Martini, fu il suo primo Maestro. Gli Schizzi biografici di Parker accennano a Boroni nel 1824 (Nel testo la data di nascita è invertita, da 1752 a 1725).

John Parker, A Musical Biography: Or Sketches of the Lives and Writings of Eminent Musical Characters, Boston 1824, pp.123-128
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(documento pdf, 244 K)

Antonio Boroni (1738-1792) era insegnante di prim’ordine. Sarà nominato Maestro di cappella a Soccarda, per succedere a Niccolò Jommelli (1714-1774), e poi nel 1778 diverrà Maestro di cappella della Basilica di San Pietro. Nelle prime biografie si dice che Boroni fosse parente di Clementi, ma non è notizia sicura. Il piccolo cominciò a solfeggiare, poi fu affidato all’organista Giovanni Battista Cordicelli (17??-17??) per apprendere il Basso continuo. A nove anni fu nominato organista. A undici seguì le lezioni del cantante Giuseppe Santarelli (1710-1790). A dodici studiava contrappunto con Gaetano Carpani (1692-1785), che le fonti inglese storpiano in Carpini. Fu allora che egli scrisse una Messa a 4 voci, o forse un Oratorio (la musica è perduta).

Clementi non era celebre solo per le Sonate pianistiche, ma anche per la musica da camera, e ad esempio per le Sinfonie che hanno fatto scuola (l’età di Clementi).

Clementi: Sinfonia in sib maggiore, parti separate, Parigi  pdf-icon 
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La musica orchestrale è originalissima (si provi ad ascoltare su Youtube la terza Sinfonia in sol maggiore WoO 34). A qualcuno ricorda addirittura Brahms anche se lo stile è tipicamente italiano. Beethoven ha imparato da lui. L’armonia non è mai esagerata, ma lascia sempre cantare le parti. Clementi gioca con il contrappunto con facilità, che certo gli sarà costata un enorme fatica in studi e preparazione, già dagli anni d’apprendistato con Boroni, Cordicelli e Carpani.

(Luca Bianchini)

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Muzio Clementi

Clementi è un autore meno conosciuto di quel che meriterebbe. Su Youtube si incontrano solo o quasi le Sonatine Op.36:

C.F. Peters: 12 Sonatine, Lipsia 1850 pdf-icon 
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E i pianisti lo ricordano per il Gradus ad parnassum:

C.F. Peters: Gradus ad parnassum, Lipsia 1868 pdf-icon 
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Di solito si cita la competizione tra Clementi e Mozart, e si ritiene a torto che l’abbia vinta Mozart.

MuzioClementi
Ritratto di Muzio Clementi, 1810, gesso nero e sanguigna, 54 x 42.5, Galleria Tret’jakov, Mosca.

 

Di rado la sua musica appare nei programmi da concerto. Eppure quand’era vivo Clementi era più famoso di Mozart. Com’è possibile sia stato dimenticato così in fretta?

La rivalutazione di Clementi era cominciata con la “Memoria del Signor Clementi”, Quarterly Musical Magazine and Review, 1820, pp.308-316:

Memoir of Mister Clementi, Quarterly Musical Magazine and Review, 1820, pp.308-316 pdf-icon 
(documento pdf, 900 K)

ripresa in altre pubblicazioni successive (1827, 1833):

Dictionary of Musicians, Londra 1827, pp.160-165 pdf-icon 
(documento pdf, 500 K)

The Annual Biography And Obituary, Londra 1833, pp.86-97 pdf-icon 
(documento pdf, 500 K)

Dopo la biografia che Max Unger (1883-1959) pubblicò nel 1914, intitolata Muzio Clementis Leben, si scoprirono nuovi documenti riguardanti Clementi.

Riccardo Allorto tentò di ordinare le opere di Clementi pubblicando nel 1959 un catalogo tematico, purtroppo zeppo di errori. Anche Alan Tyson provò a metterci mano, scrivendo nel 1967 un’altra lista rispettosa della numerazione originale.

Le composizioni di Clementi, la maggior parte per tastiera, erano molto diffuse già quand’era in vita il compositore, e molte erano pirata. A seconda degli editori, per ogni lavoro possono esserci quindi diversi numeri d’opera, ed è difficile venirne a capo. Le Oeuvres complettes pubblicate da Breitkopf & Hartel tra il 1803 e il 1819 non erano state complete, come prometteva il titolo, ma neppure accurate. Seguirono tante edizioni: quelle Peters del 1909 raccolgono ad esempio 24 Sonate più famose..

C.F. Peters: Sonate vol.1, Lipsia 1909 pdf-icon 
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C.F. Peters: Sonate vol.2, Lipsia 1909 pdf-icon 
(documento pdf, 6 Mb)

C.F. Peters: Sonate vol.3, Lipsia 1909 pdf-icon 
(documento pdf, 6 Mb)

C.F. Peters: Sonate vol.4, Lipsia 1909 pdf-icon 
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(Luca Bianchini)

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Gaetano Donizetti: 1835

Donizetti era a Parigi, per il suo debutto nella capitale francese. Anche Bellini era stato scritturato nella stagione del Thé’tre des Italiens e aveva ottenuto un grandissimo successo con i Puritani. La tragedia lirica in tre Atti di Donizetti Marin Faliero andò in scena il 12 marzo con Giulia Grisi, Lablanche, Rubini e Tamburini, gli stessi interpreti che avevano cantato nell’opera di Bellini, ai quali si aggiunse il russo Ivanov. L’opera riscosse un notevole successo anche se inferiore a quello tributato al lavoro del collega catanese.

– il ritorno a Napoli –

La positiva esperienza parigina lo portò a riprendere i suoi impegni nella città partenopea con quasi un mese di ritardo. La situazione dei teatri napoletani era disastrosa sia per la cattiva gestione, sia per l’ottusa censura. Donizetti doveva comporre una nuova opera per il San Carlo e dopo mesi di ritardo fu deciso il soggetto e il librettista.
L’opera era Lucia di Lammermoor e il poeta era Salvatore Cammarano, che aveva grande dimestichezza con l’ambiente teatrale e aveva ottenuto al San Carlo anche l’incarico di direttore di scena.
Questo fortunatissimo incontro tra Donizetti e Cammarano generò il capolavoro, l’opera romantica per eccellenza, al centro della quale sta il conflitto tra amore e morte.
Il 26 settembre Lucia di Lammermoor trionfò a Napoli e la notizia del successo si diffuse rapidamente in tutta la penisola.

– la morte di Bellini –

La notizia della morte di Vincenzo Bellini, avvenuta il 23 settembre vicino a Parigi, toccò profondamente Donizetti. Sebbene il compositore siciliano fosse sospettoso verso il collega bergamasco, l’atteggiamento di Donizetti nei confronti di Bellini fu comunque sereno e di sincera stima.
In onore del musicista scomparso Gaetano compose il Lamento per la morte di Bellini per voce e pianoforte, una Messa da Requiem e una Sinfonia per orchestra su motivi belliniani.

Gaetano Donizetti: 1834

Dopo la tiepida accoglienza che Firenze riservò il 27 febbraio a Rosmonda d’Inghilterra la vita di Donizetti ebbe una svolta importante.
Il re di Napoli Ferdinando II, in segno di stima, gli affidò la cattedra di composizione al Reale Collegio di Musica, la più prestigiosa istituzione scolastica del Regno e d’Italia, con la promessa di nominarlo successivente direttore appena avesse lasciato l’incarico l’anziano Zingarelli. Inoltre da Parigi Rossini gli commissionò un’opera per il Thé’tre des Italiens, dove si preparava anche il debutto francese di Bellini con i Puritani.
Intanto Gaetano ottenne in aprile la scrittura per una nuova opera seria, Maria Stuarda, per il San Carlo. Il soggetto derivato dall’omonima tragedia di Schiller, piaceva molto al compositore, che ne aveva visto una versione teatrale a Milano nel 1830. Molto serio era il problema della censura, ma il musicista confidava sull’appoggio del re Ferdinando.
Donizetti si valse per il libretto di un giovanissimo poeta, Giuseppe Bardari, ed è presumibile che collaborò con lui nella stesura del dramma. Purtroppo, dopo vari interventi censori, l’opera per volere del re fu tolta dal cartellone e non venne rappresentata a Napoli fino al 1865, quando ormai erano stati mandati via i Borboni.
Al suo posto fu allestito Buondelmonte, su libretto di Pietro Salatino, adattando parte della musica composta per Maria Stuarda.
L’esito non andò oltre un successo di stima e l’opera restò in scena solo sei serate.

– un nuovo impegno per la Scala –

Donizetti era alla ricerca disperata di un librettista perchè aveva due importanti ingaggi uno a Parigi e uno a Milano che non voleva assolutamente perdere. Si rivolse a Felice Romani, ma da lui non ottenne nulla. Al suo posto accettò la collaborazione di Emanuele Bidéda, che gli formì i testi di Gemma di Vergy e di Marin Faliero. La prima fu rappresentata alla Scala il 26 dicembre con grande successo anche per la vibrante interpretazione del soprano Giuseppina Ronzi de Begnis, mentre la seconda era destinata al Thé’tre des Italiens di Parigi. Gemma di Vergy fu molto popolare in Italia e ispirò ardori patriottici durante i moti risorgimentali del 1848.

Il 31 dicembre Donizetti era in viaggio per Parigi, considerata una tappa fondamentale per la carriera di ogni artista.

Gaetano Donizetti: 1833

Jacopo Ferretti fu l’utore del nuovo libretto musicato da Donizetti Il furioso all’isola di San Domingo. La storia s’ispira alla prima parte del Don Chisciotte di Cervantes e consiste in un intreccio romanzesco di elementi seri comici e petetici, ambientato in un paese tropicale con foreste e cicloni. Largo spazio hanno le pagine musicali descrittive che ricreano l’insolita atmosfera tropicale. Il 2 gennaio al Teatro Valle di Roma il successo di pubblico e di critica fu completo anche grazie alla splendida performance dei cantanti, soprattutto del giovane baritono Giorgio Ronconi che univa alla potenza vocale capacità sceniche e di recitazione particolarmente necessarie in un’opera semiseria. In autunno Il furioso all’isola di San Domingo fu richiesto per la riapertura del Teatro Carignano di Torino, mentre il primo ottobre fu allestito alla Scala di Milano dove andò in scena per 36 serate.

– a Firenze –

Il 17 marzo fu accolta con successo anche la seconda opera del 1833, Parisina d’Este che incantò il pubblico della Pergola di Firenze. Accanto a Carolina Ungher e a Domenico Coselli, la parte di Ugo era interpretata dal grande tenore Gilbert Louis Duprez, considerato l’inventore del do di petto, per la sua abitudine ad emettere l’acuto con forza e a piena voce, anzichè dolcemente e in falsetto. A Duprez si deve anche la creazione di uno stile di canto più moderno e particolarmente adatto al repertorio donizettiano, non tanto lirico e contemplativo, quanto drammatico e d’azione.

– Toquato Tasso –

Nella scelta del soggetto e nella stesura del libretto sempre più frequenti sono gli interventi del compositore che spesso si documenta con approfondite letture come dimostra questa sua lettera indirizzata a Mayr:
Indovini cosa scrivo? Il Tasso! Lessi Goethe, Rossini, Goldoni, Duval, Serassi, Zuccala e la ultime cose del Missirini….e da tanti e da tante cose alle quali aggiungo ora quelle del sig. Colleoni ne formo un piano, e da quello un’Opera.
Torquato Tasso venne rappresentato il 9 settembre al Teatro Valle di Roma ottenendo un notevole apprezzamento.

– il trionfo alla Scala –

Con Lucrezia Borgia allestita il 26 dicembre a Milano, Donizetti riuscì a cogliere il suo primo e lusinghiero successo scaligero, destinato ad aumentare di recita in recita, per ben 33 serate.
L’opera fruttò al compositore un onorario di 6.500 lire austriache, che furono ben guadagnate visto tutti i problemi che dovette risolvere. Prima con la censura, poi con la primadonna, il soprano Henriette Méric-Lalande, che pretendeva di concludere l’opera con un pezzo di bravura, poi con l’orchestra che non voleva modificare la sua solita disposizione. Donizetti seppe superare ogni ostacolo ed anche gli orchestrali di posizionarono secondo i suoi desideri: con gli archi al centro in modo da essere il punto di riferimento di tutti gli altri strumenti.

Gaetano Donizetti: 1832

I rapporti con l’impresario di Napoli Barbaja erano diventati piuttosto tesi sia per la risoluzione del contratto da parte del musicista, sia per aver voluto come protagonista di Fausta il soprano Giuseppina Ronzi de Begnis.
Donizetti si era dedicato alla realizzazione della partitura con impegno e meticolosità . Particolarmente accurati risultarono l’introduzione, il grandioso finale del primo Atto e l’impiego dei cori.
Il successo della prima al San Carlo, in presenza del re Ferdinando fu strepitoso e l’opera fu richiesta alla Scala per inaugurare la stagione di Carnevale 1832-33.

– a Milano –

Donizetti, dopo aver ripreso la collaborazione con Felice Romani per Ugo Conte di Parigi, la tragedia lirica commissionata dal Teatro alla Scala, partì il 27 gennaio alla volta della città lombarda. Numerosi furono i problemi con la censura, che dopo i moti carbonari del 1831 si era fatta più severa.
I rifacimenti impegnarono librettista e compositore, che comunque avevano a disposizione una straordinaria compagnia di canto, con protagonisti di prim’ordine: i soprani Giuditta Pasta e Giulia Grisi e il tenore Domenico Donzelli.
L’esito dell’opera rappresentata il 13 marzo fu però deludente, con solo tre repliche.

– il trionfo –

Il musicista non ebbe il tempo di rammaricarsi troppo della deludente accoglienza alla Scala perchè fu subito coinvolto dall’impresario del Teatro della Canobbiana Alessandro Lanari, che aveva urgentissimo bisogno di un’opera nuova. In soli quattordici giorni, e con una compagnia di canto scadente, Donizetti e Romani approntarono L’elisir d’amore che il 12 maggio ottenne un successo strepitoso.
Rimase in cartellone per 32 repliche, mandando il pubblico in delirio e ottenendo dall’arcigna critica milanese finalmente un consenso senza riserve.

Una decina di anni dopo Donizetti scriveva che:
Può esser biasimevole, ma ciò che feci di buono, è sempre stato fatto presto; e molte volte il rimprovero di trascuraggine cadde su ciò che più tempo aveami costato.

– Sancia di Castiglia –

Il 4 novembre andò in scena al San Carlo una nuova opera tragica che piacque per la tensione drammatica evocata dal libretto costruito dal giovane Pietro Salatino, e per l’interpretazione dei cantanti. Giuseppina Ronzi de Begnis, Domitilla Santolini e Luigi Lablanche portarono al successo Sancia di Castiglia anche se poi l’opera fu presto dimenticata.

Gaetano Donizetti: 1831

Solo dopo l’Anna Bolena Mayr concesse al suo ex allievo l’appellativo di Maestro, riconoscendogli il raggiungimento della piena maturità stilistica.

Tornato a Napoli, Donizetti scrisse l’opera comica Gianni di Parigi su libretto di Felice Romani, dedicandola al tenore compatriota Giovanni Battista Rubini affinchè la utilizzasse per una sua serata. Ma il cantante non ne fece nulla, nè si degnò di ringraziare il compositore.
L’opera fu rappresentata solo nel 1839 alla Scala e all’insaputa dello stesso musicista, che in quel periodo si trovava a Parigi.

– Francesca di Foix –

Per rispettare gli impegni con il Barbaja Donizetti doveva comporre per i teatri di Napoli due nuove opere:  una semiseria Francesca di Foix e una buffa con dialoghi parlati La romanziera e l’uomo nero.

– nuove aspettative –

Dopo il successo dell’Anna Bolena e l’apertura dell’ambiente milanese erano mutate le ambizioni del compositore che desiderava ardentemente concludere l’esperienza napoletana.
Donizetti meditava quindi di rompere il contratto con il Barbaja, per disporre di una maggiore libertà nella scelta del soggetto da musicare e della compagnia di canto.
Intanto nell’aprile del 1831 l’Anna Bolena fu rappresentata a Vienna con Giuseppina Strepponi, la futura signora Verdi, nella parte di Anna.
Il soprano, prima di essere moglie di Giuseppe Verdi, fu una delle più valide e applaudite interpreti del teatro donizettiano.

– la nuova opera –

In autunno, mentre a Napoli imperversava un’ epidemia di colera ed i teatri erano chiusi, il musicista e il librettista Gilardoni si cimentarono in un impegnativo lavoro drammatico, su un soggetto nuovo e piuttosto audace per la censura borbonica. La storia trasgessiva di Fausta era ambientata in epoca romana, come la Norma di Vincenzo Bellini, ma il libretto fu completato da Donizetti stesso, per l’improvvisa morte di Gilardoni.

L’opera fu rappresentata il 12 gennaio 1832.

Gaetano Donizetti: 1830

Il 13 febbraio da Napoli Donizetti scriveva con orgoglio al padre:
Scrissi per mia serata una Commedia ridotta in farsa, I pazzi per progetto, e riuscì brillantissima: sarà perchè son ben veduto, ma io qui tutto ciò che faccio, tutto va bene.
Il testo fornito da Domenico Gilardoni, ambientato in un manicomio e confezionato con esilaranti trovate comiche e grottesche, consentì al compositore di scegliere un originale accostamento di voci, due soprani e cinque bassi, che entusiasmò il pubblico partenopeo.
Inoltre l’incasso della rappresentazione era andato a beneficio del compositore, costituendo un altro motivo di soddisfazione personale.

– Il Diluvio Universale –

Con questa azione tragico-sacra in tre Atti Donizetti inaugurò la stagione di quaresima del 1830. La prima rappresentazione al San Carlo del Diluvio Universale si risolse in un completo insuccesso, dovuto alla disattenzione del soprano che interpretava la parte di Sela, il quale anticipando la sua entrata trasformò il concertato finale in una stridente accozzaglia di suoni.
Anche l’impiego di inefficienti macchinari per il galleggiamento dell’arca contribuì a far degenerare nel ridicolo tutta la messinscena.

– il capolavoro –

Dopo l’infelice esito di Imelda de’ Lambertazzi rappresentata al San Carlo il 23 agosto, che segnò la fine della collaborazione di Donizetti col librettista Tottola, il musicista ottenne l’incarico dagli impresari del Teatro Carcano di Milano di comporre la prima opera per la stagione di Carnevale cioè per il 26 dicembre.
Si  trattò di Anna Bolena, una tragedia lirica in tre Atti su testo di Felice Romani che fu accolta trionfalmente dal pubblico milanese e che assicurò a Donizetti la considerazione della critica e la fama europea.
Anche il cast della prima fu straordinario: Anna era interpretata da Giuditta Pasta, il famoso soprano drammatico d’agilità all’apice della sua carriera;
Riccardo era il dolcissimo tenore Giovanni Battista Rubini per il quale Donizetti scrisse una parte ricca e sviluppata;
mentre Enrico VIII era il famoso basso Filippo Galli, già interprete celebrato del repertorio rossiniano.
Successo, trionfo, delirio, – scriveva Gaetano alla moglie sull’esito della prima – pareva che il pubblico fosse impazzito, tutti dicono che non ricordano di aver assistito mai ad un trionfo siffatto. Io ero così felice che mi veniva da piangere….